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PAOLANTONI: “CONTINUEREMO A MANIFESTARE CON FORZA LE NOSTRE RAGIONI SE DOVREMO CHIUDERE”


Il Messaggero Roma 3/11/2020 | I negozi e l’ipotesi lockdown: «Ristori, i soldi non bastano»

La metà delle imprese romane è pronta ad accettare un nuovo lockdown. Ma soltanto a due condizioni: le restrizioni devono essere circoscritte alle zone rosse, alle aree di maggior contagio, e devono valere per un periodo limitato. Questo il sentire del mondo delle aziende capitoline, registrato nell’ultimo monitoraggio realizzato dalla Camera di Commercio.


Sempre dalla galassia delle imprese partono le prime stime sui ristori che il governo ha promesso di erogare alle imprese, che devono sospendere l’attività alle 18.

La Fipe-Confcommercio capitolina ha stimato che il bonus avrà un impatto molto limitato e sarà versato a l5mila attività tra ristoranti, pub e bar. Il numero degli esercenti sale a 27mila, se consideriamo tutto il Lazio. In totale sulla regione dovrebbero piovere 140 milioni di euro, oltre un decimo di quanto l’esecutivo ha stabilito che andrà al mondo del food per finanziare il bonus. Che, in media, dovrebbe attestarsi intorno ai 5.500 euro, contro i 3.500 del contributo erogato all’inizio del lockdown.

Sergio Paolantoni, neopresidente della Fipe capitolina, nota che «questo ristoro è molto basso, per essere chiari è poca cosa, perché rappresenta forse il 30 per cento di quanto fatturato nel mese di aprile. Se calcoliamo che una piccola azienda ha un giro d’affari intorno ai 500mila euro all’anno, cioè 40mila al mese, questi 5.550 euro in media rappresenta una miseria. Soprattutto se consideriamo che stiamo parlando di 78 giorni di chiusura, che noi esercenti abbiamo dovuto subire».

E ancora, il presidente Paolantoni spiega: «Troppo oneroso continuare l’attività fino alle 18, quando il 70 per cento degli incassi si registra la sera. I cocktail-bar, per esempio, che motivo hanno di aprire prima delle 18? Mica possono preparare martini da asporto…». E annuncia: «si sta studiando con le altre associazioni una forma di protesta più simbolica e non violenta: siccome andiamo verso un lockdown più ampio, e allora le città saranno più tetre e solitarie, terremmo accese le nostre vetrine e le nostre insegne per ricordare i problemi della nostra categoria».

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