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Cassa Integrazione: a che punto siamo (ridotti)?

A cura di: Mario Gentiluomo – Maria Elisabetta Russo – Tommaso Boldrini – Martino Moioli – Mario Palmieri

A noi di Area Politiche del Lavoro e Welfare di Confcommercio Roma sembra passato almeno un lustro da quando, a fine febbraio scorso, abbiamo cominciato ad approcciare un ricorso intensivo degli ammortizzatori sociali per la gestione della pandemia anche in realtà che mai avevano avuto bisogno di ricorrere a tale strumenti. 

Dal 17 marzo, con l’emanazione del decreto Cura Italia, ad oggi si sono succeduti in un dedalo di disposizioni normative ed amministrative (23 febbraio – 29 ottobre 2020): 64 atti normativi (Leggi, Decreti, DPCM e Protocolli anti-contagio)126 chiarimenti INPS (circolari e messaggi) 13 interventi del Ministero del Lavoro (circolari, Decreti ministeriali e direttoriali + varie Faq).

Dapprima la concessione di 9 settimane di integrazione salariale (più 13 per le zone rosse e più 4 per le zone gialle) del Cura Italia, cui sono seguite altre 9 settimane (5+4) col Decreto Rilancio in seguito parzialmente “assorbite” – ma solo quelle fruite dopo il 13 luglio – dalle ulteriori 18 (9 + 9) del Decreto Agosto. Oggi con l’ultimo Decreto Ristori se ne vanno ad “aggiungere” altre 6 dal 16 novembre 2020 al 31 gennaio 2021, ma con la promessa di arrivare a complessive ulteriori 18 settimane in Legge di Bilancio.

Col passare delle settimane abbiamo tutti imparato che il noto brocardo latino – in claris non fit interpretatio, usato dai giuristi per definire una norma che dispone con chiarezza le regole da seguire, non è un adagio valido per l’Italia al tempo del COVID-19. 

Comprendiamo tutti di vivere un momento particolare, ma la decretazione si può definire urgente solo se fornisce strumenti di immediata applicazione e che una norma contorta e inapplicabile, magari sostenuta dal più nobile degli intenti, è come se non esistesse.

Lasciare all’amministrazione, con i suoi tempi, l’interpretazione, gestione e applicazione di tale ginepraio normativo ha prodotto infiniti elementi di impensabile schizofrenia: 

  • accordi sindacali si, poi no, poi di nuovo sì; 
  • CIGD in deroga da richiedere alle Regioni o al Ministero, ma solo per le prime 9 settimane, salvo poi rimettere tutto all’INPS;
  • archiviazione dopo 4 mesi del principio della “effettiva fruizione”, andando di fatto a penalizzare le aziende che hanno centellinato l’utilizzo degli ammortizzatori sociali (o che semplicemente abbiano fatto lo sforzo di programmare il ricorso con responsabilità nel lungo periodo), privandole in corso d’opera di periodi di CIG semplicemente autorizzati, ma non fruiti.

Una situazione complessiva che ha messo a dura prova gli esperti che hanno affiancato le aziende in un percorso di gestione della crisi economica, finanziaria, occupazionale e, ultimo ma non meno importante, di nervi per il cammino di espiazione cui tutti gli attori coinvolti sono stati sottoposti.

Gli stessi esperti (associazioni datoriali e sindacali, consulenti, professionisti, ecc.) che nello scorso mese di febbraio, al momento di pensare a quale strumento utilizzare per far fronte alla imminente crisi occupazionale, hanno forse troppo semplicemente pensato che sarebbe stato più saggio individuare un unico strumento di integrazione (ordinario e già previsto dal nostro ordinamento) e renderlo fruibile istituendo una causale apposita anche a tutte quelle aziende che di norma non potevano ricorrervi. Aziende, commerciali e dei servizi che, dopo l’ufficialità del lockdown nazionale, già con la serranda abbassata, hanno attraversato il tormentato percorso attuativo degli ammortizzatori Covid, hanno atteso in coda le indicazioni operative per orientarsi sullo strumento di sostegno più idoneo rispetto al proprio inquadramento previdenziale! Aziende che non potevano esercitare la propria libertà di impresa, che avrebbero dovuto pensare a come rimettere in sesto la propria azienda per non chiudere definitivamente, si sono dovute preoccupare dell’enorme sovrastruttura burocratica che li stava schiacciando!

Anche per noi “esperti” non è stato facile essere per loro un faro in questa tormentata tempesta, la nostra mission, da sempre orientata all’assistenza alle imprese per facilitare ogni tipo di adempimento richiesto dal sistema, è stata messa a dura prova. I dati sull’accesso alla cassa in deroga, uno strumento che era in via di abolizione fino alla crisi Covid, reintrodotto massicciamente in questo periodo e rivolto alle stesse imprese definite come “non destinatarie” di altri tipi di ammortizzatori sociali, evidenziano la mole di lavoro svolto. Le richieste di cassa in deroga con pagamento diretto INPS,  provenienti da questi settori che maggiormente hanno avuto e purtroppo continuano ad avere bisogno di sostegno, hanno raggiunto n. 5.650.790 nel periodo (febbraio-ottobre 2020). Le stesse aziende che ad oggi sono costrette ancora a fare salti mortali per richiederne altre.

Se è vero che la crisi ci ha aggredito di  sorpresa e non ha regole certe, non pensare fin dall’inizio ad una soluzione legislativa semplice ha prodotto e continua a produrre innumerevoli complicazione di gestione, i cui effetti ricadono direttamente sulle aziende e sui lavoratori. Le aziende hanno combattuto e combattono quotidianamente per definire le procedure che permettano di recuperare, tra le tante informazioni, le autorizzazioni e/o i codici necessari all’avvio dell’ammortizzatore sociale, al recupero delle somme anticipate, al conguaglio dei contributi, all’invio dei dati per il pagamento dei dipendenti.

Se è vero, altresì, che la mole delle richieste non ha precedenti, è altrettanto ingiusto che uno Stato sociale, prima che di diritto, si permetta il lusso di non correggere con immediatezza disfunzioni che impediscano di ristorare le aziende e i lavoratori per richieste avanzate da aprile scorso. E’ inaccettabile lasciare a se stessi questi soggetti, preoccupandosi solo ora di istituire una task force per la risoluzione di quelle presunte problematiche che impediscono, se non di definire la questione, almeno di dare risposta per trovare una soluzione. Perchè se un lavoratore non riceve l’assegno di cassa integrazione da marzo a causa di un errore nella trascrizione del codice IBAN sul modello SR41 o per veri e propri incagli burocratici ovvero se l’azienda, che magari sta anticipando l’assegno di cassa integrazione ai lavoratori, non riceve l’autorizzazione alla Cassa o l’autorizzazione al conguaglio, prima ancora che un problema fisiologico, connesso all’elevato numero di domande da analizzare, assume una drammatica rilevanza sociale.

Per portare la questione sopra descritta su un piano prettamente analitico utili sono i dati INPS sulla cassa integrazione aggiornati ad ottobre 2020. 

Su circa 13 milioni di prestazioni gestite dall’Istituto tra maggio e ottobre 2020

  • il numero di integrazioni salariali erogate direttamente dall’INPS è di 12.822.566, ovvero il 98%;
  • erogati  3.455.002 pagamenti CIG su 3.472.136;
  • sono in attesa di essere pagati 17.134 lavoratori, ovvero lo 0,4%  di cui 11.412 sono lavoratori che devono ricevere pagamenti su richieste pervenute tra maggio e settembre, 5.722 coloro le cui prime richieste di CIG sono giunte a ottobre.

Sono 8 milioni  le prestazioni CIG, riferite ad altri 3 milioni di lavoratori, anticipate dalle aziende e garantite a conguaglio dall’Istituto. 

I dati parlano da soli ed i riferimenti fatti precedentemente si traducono, quindi, in una sofferenza allarmante per gli 11.412 lavoratori che ancora non hanno ricevuto alcuna indennità e per parte di quegli 8 milioni di euro di prestazioni anticipate dalle aziende, che ancora non hanno avuto autorizzazioni al conguaglio.

La questione, in definitiva, si traduce in una considerazione: una norma di legge e la conseguente circolare applicativa non deve essere prodotta se l’amministrazione previdenziale delegata alla gestione non è pronta a dare risposte efficaci ed immediate.

L’attuale crisi non fa altro che enfatizzare le tradizionali criticità del sistema di ammortizzatori sociali in Italia: i limiti strutturali di inclusività del sistema (per settore, dimensioni aziendali, tipologie contrattuali). 

Non possiamo dimenticare che, sul tema ammortizzatori sociali le aziende commerciali e dei servizi sono state da sempre penalizzate!

Le diverse lacune normative e di prassi, hanno favorito il ricorso nel tempo a varie forme di deroga ai principi generali, in particolare con i c.d. “ammortizzatori in deroga” finanziati annualmente con stanziamenti in legge finanziaria. Un’attesa incredibile per le aziende ogni anno che creava quell’incertezza che in questo periodo “forse” abbiamo sentito tutti noi!

Strumenti “in deroga” per le aziende commerciali e dei servizi rispetto a quanto previsto per i settori c.d. produttivi senza una vera riforma in linea con le reali esigenze! 

Qui la questione è più generale: è possibile che ancora oggi in Italia il commercio e i servizi non sono considerati e definiti un settore produttivo?

Un timido segnale, arrivato con il Jobs Act nel 2015, non ha di certo risolto i limiti di un sistema fortemente non inclusivo per le aziende di questi settori; vi assicuriamo che, a distanza di 5 anni, possiamo scrivere un altro articolo sui limiti riscontrati! Aziende devastate da questa crisi e che mai come ora sentono forte l’esigenza di una riforma complessiva degli ammortizzatori sociali, sperando che il rimedio non sia peggiore del male. Un traguardo raggiungibile?

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